mercoledì, 31 gennaio 2007

31-01-07_1519

Stavo camminando per la città.

Come al mio solito ero alla ricerca di facce buffe, su cui, tra una sigaretta e l’altra, costruire vite non vissute dal nulla.

Il destino ha voluto che incrociassi questo buffo individuo.

La mia rabbia è esplosa, avete presente le rocce del deserto di notte?

Avrei voluto correre dalla madre di quel ragazzo e urlare, come in Kappler degli Offlaga:

“A suo figlio serve il militare nella legione straniera!”

Avrei prenderlo per un braccio, e sempre citando gli Offlaga dirgli:

“Alternativo dei miei coglioni!!!”

Ma non ti vergogni?

Il muro è crollato da quasi vent’anni; le tue idee rivoluzionarie, imparate a  memoria da qualche libricino finto alternativo, sono solo indottrinamento ideologico di massa.

Non esistono gli eroi.

Non esistono persone disposte a spendersi per qualcuno che non sia se stesso.

Non vedrai mai un uomo giudicato in quanto tale. Giudicato per quello che realmente fa o dice.

Non vedrai mai un povero trovare il proprio riscatto nella società.

Non vedrai mai una persona fare quello che pensa realmente.

Non vedrai mai una persona sviluppare un pensiero democratico autonomamente.

Non vedrai mai un mondo diverso da questo, semplicemente perché nessuno lo vuole.

L’unica cosa che vedrai saranno te, tra dieci anni, sputare sulle ideologie che ora vai professando.

Sarai un avvocato, un direttore di banca. Un piccolo borghese con la sua bella villetta, una moglie devota che ti tradisce quando non sei a casa.

Non capisci che te sei l’ossimoro di te stesso?

Non ho detto nulla, capirà da solo quando sarà troppo tardi. Forse sarà talmente parte di questa società che nemmeno capirà cosa è diventato. Per quelli come lui, solo compassione da parte mia.

Ho deciso di fotografarlo. Tra dieci anni, andrò in cerca di lui.

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martedì, 30 gennaio 2007

Osanniamo personaggi televisivi

Che non sputano altro che

Parole vuote!

Veneriamo un calciatore

Per quella rete strepitosa!

Non sappiamo

Chi sia Pasolini…

 

L’unico commento possibile è quello di Moravia

 

Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeta, non ce sono tanti nel mondo.

Ne nascono tre o quattro soltanto, dentro un secolo.

Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta.

Il poeta dovrebbe essere sacro.

 pier_paolo

 

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martedì, 30 gennaio 2007

Ma un' altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano "gli uomini son tutti uguali"
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l' aria
la fiaccola dell' anarchia…

 

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
"Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
Trionfi la giustizia proletaria!...

 

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l' ingiustizia,
lanciata a bomba contro l' ingiustizia,
lanciata a bomba contro l' ingiustizia!

 

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domenica, 28 gennaio 2007

In questi giorni una strana tristezza si è impossessata di me, una strana voglia mi sta attraversando.

Percepisco la necessità di rituffarmi in queste verdi terre, di immergermi nella loro pace, di farmi trasportare dalla magia che si respira in ogni via.

Ho voglia di vivere l’Irlanda degli irlandesi.

Di tuffarmi nei pub, quelli più nascosti, dove i turisti non vanno, dove nell’angolo un gruppo bizzarro rallegra la serata, dove un vecchio irlandese ti prende sottobraccio e ti insegna i loro balli, dove ti senti accolto, uno che è da sempre di casa.

Di sedermi sulle fredde scogliere delle isole Aran e perdermi tra i rumori dell'oceano.

Di sognare disteso nei soffici verdi prati del Connemara.

Di quello ho bisogno ora.

 

ALL’IRLANDA

 

Ti racconterò che certi sogni diventano realtà,

Ti racconterò della terra di dove avvengono di questi miracoli,

Ti racconterò della verde Irlanda,

Ti racconterò di un viaggio con quattro amici che trascinavano ansanti pesanti valigie.

Ti racconterò dei pub di Galway,

di danze mischiate a brune pinte di Guiness,

della pace tra i pascoli del Connemara,

di risate beffarde per le disavventure dei compagni,

di un inglese biascicato.

Ti racconterò di una vecchia signora dalla parlata veloce e amichevole,

di colazioni con pancetta,

della pioggia trasparente che bagna senza ferire,

del vento che sferza i volti infuocati dal sole delle Aran,

dove scogliere mozzafiato baciano il gelido oceano,

di Ivan lo spagnolo che viaggia da solo e muta compagni di viaggio ogni giorno,

di affannanti padellate lungo impervi viottoli.

Ti racconterò della gente irlandese,

dai fianchi possenti e dai volti bonari,

della schiettezza, dell’onestà, della voglia di vivere,

del calore, dell’ospitalità, del loro sorriso.

Ti racconterò di una terra troppo lontana dal nostro

egoistico e indaffarato mondo,

di viaggi in autobus per anguste strabelle guidate da goliardi autisti.

Ti racconterò delle barche che fendono il mare inzuppando i vestiti,,

della musica che accompagna il sonno e ricopre d’un mistico alone bucolici paesaggi.

Ti racconterò della gente per strada completamente dimentica di sé stessa

Nei sabato notte a Killarney,

del Ring of Kerry, delle Cliffe of Mother,

di ostelli, di americane e di pasta al sugo concentrato.

Ti racconterò di baruffe concluse in risate,

di letti a castello scricchiolanti che turbano il sonno,

degli allarmi di Cork,

di bevute nel tardo meriggio,

del cielo ridondante di gonfie candide nubi

che sorvolano il capo incutendo più tenerezza che timore,

inafferrabili e imprevedibili come ragazzine capricciose.

Ti racconterò di povere tasche che si svuotano nel proseguo del viaggio,

di stomaci mai sazi arrivati a Dublino in un bel giorno d’estate,

la Dublino di Joyce e di LeopoldBloom,

delle belle ragazze, del Liffley che l’avvolge in un abbraccio infinito,

di collage, di esperimenti culinari, di docce fredde,

di pub stipati, di serate in discoteca,

di mente inebriate da nero nettare

che si perdono nelle notti bagnate in un’onirica realtà,

di taxi introvabili.

Ti racconterò della musica che accompagna come madre attorno a questa terra,

di chitarre, di fisarmoniche, di benjo, di tamburelli,

di Whiskey in the Jar, della storiella che narra di John di Killarney,

di un ultimo giro di Guinnes alzato al cielo tra mille brindisi assordanti,

di un’ultima birra offerta da un folle irlandese.

Caro nipote, se mai ci sarai, ecco che ti racconterò

Se il mio volto incanutito dagli anni e le mie stanche membra me lo permetteranno.

I miei quattro compagni di quell’avventura ti porterò a conoscere

e insieme confonderemo sogni e realtà come solo i vecchi sanno fare

e berremmo ancora un’altra Guinnes quell’Irlanda che forse non esisterà più.

Penserai allora di aver udito una bella fiaba e forse t’addormenterai

mutando il grigio di quegli orrendi giganti di cemento in una terra verde

e i mari diventeranno d’improvviso d’un azzurro affascinante,

come quelli che avevi visto solo sulle tele di antichi pittori.

Quella notte dormirai il tuo sonno più bello e

se per caso ti capiterà di aprire per un attimo i tuoi occhi lucenti

mi troverai accanto a te con il volto rugoso chiuso in un triste sorriso.

E una lacrima vedrai sgorgare da un occhio ormai bigio.

Ricorda…quella lacrima è lo spirito dell’Irlanda che fu.

 

Al nipote che forse non avrò

Agli irlandesi tutti

Al Gol, al Cava, ad Ale, ad Alby…

 GRAZIE CICCIO

 

 

 

 

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sabato, 27 gennaio 2007

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sabato, 27 gennaio 2007

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giovedì, 25 gennaio 2007

25-01-07_1604

Mi sono rifugiato nel mio angolo preferito della città.

Dovevo prendere una decisone, difficile, ma onesta.

Non potevo mentire pure a me stesso.

Ho deciso.

È stato un pezzo di me che ho gettato,

me ne valeva la pena.

Forse così smetto di soffrire.

25-01-07_1605

 

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mercoledì, 24 gennaio 2007

C’è stato un momento in cui incolpavo qualsiasi cosa, chiunque al mondo, per tutte le pene, tutte le sofferenze e le viltà orrende che capivano a me, e che vedevo capitare alla mia gente.

Davo la colpa a tutti.

Davo la colpa ai bianchi, colpa alla società, colpa a Dio.

Non avevo risposte perché mi facevo le domande sbagliate.

Tu devi farti la domanda giusta:

“Tutto quello che hai fatto, ti ha reso la vita migliore?”

Dare una risposta a questa domanada

quanto ci costa fatica.

 

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mercoledì, 24 gennaio 2007

Disteso sul lettuccio, fuori dell'alone del lume a petrolio, mentre fantasticava sulla propria vita, Giovanni Drogo invece fu preso improvvisamente dal sonno. E intanto, proprio quella notte- oh, se l'avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire -proprio quella notte cominciava per lui l'irreparabile fuga del tempo.
Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c'è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l'orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l'impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell'orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l'una sull' altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.
Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui, che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno si ancora cenno all'orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all'orizzonte. Dietro quel fiume -dirà la gente -ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all'orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell'interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno ne una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo.

postato da: kabana alle ore 09:53 | Permalink | commenti (4)
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martedì, 23 gennaio 2007

TROPPO BELLA QUESTA CANZONE

postato da: kabana alle ore 20:13 | Permalink | commenti (3)
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