martedì, 23 gennaio 2007

Questo è il mio pesciolino numero 641 in una vita costellata di pesciolini rossi. I miei genitori mi comprarono il primo per insegnarmi cosa significasse amare e prendersi cura di una creatura vivente del Signore. 640 pesci dopo, l' unica cosa che ho imparato è che tutto quello che ami morirà.

 

La realtà è che uno vive finché non muore. E la verità è che nessuno vuole la realtà.

 

Il solo motivo per cui chiediamo ad altre persone com'è andato il loro fine settimana è perché così gli possiamo raccontare il nostro.

 

Saremo ricordati più per quello che distruggiamo che per quello che creiamo.

 

Quando non sappiamo chi odiare, odiamo noi stessi.

 

La gente usa quelli che chiama telefoni perché odia stare nello stesso luogo insieme, ma ha anche paura di stare sola.

 

La gente non può concepire in un altro la presenza di una virtù che non può concepire in se stessa. Invece di credere che tu sia più forte, gli riesce molto più semplice credere che tu sia più debole.

 

 chuck

postato da: kabana alle ore 09:28 | Permalink | commenti (1)
categoria:riflessioni, mondo, palahniuk
lunedì, 22 gennaio 2007

Stappo l’ennesima lattina, ormai non so quanto di quel gassoso liquido gassoso sia entrato nelle mia membra e nel mio cervello. Quanto abbia e stia inquinando il mio sangue, il mio metabolismo, quanto abbia dilatato il mio ventre.

Molto, moltissimo ma non a sufficienza…devo arrivare ad anestetizzare il mio cervello,  rendere innocua ogni sua azione. Rendermi un perfetto automa all’ordine di un qualche bene superiore; o molto più semplicemente rimanere qui, attendere che questo treno abbia finito di investirmi, rialzarmi, scrollarmi di dosso la polvere, maledire me stesso e ripartire con il mio solito sorriso nascosto dietro una sciarpa. Ripartire con passo deciso e fermo e avere il coraggio di non volgere il mio sguardo cercando una luce che non è più lì ad attendere me.

Provo a  ridare lustro ai miei pensieri annusando un po’ di tabacco fresco ma è tutto inutile, nemmeno un po’ di musica riesce in questo.

Mi sento sempre più vuoto, insicuro., instabile ma al contempo vivo.

La serotonina presente nei miei pensieri è maledettamente troppa, la tensione post esame e quella per la tesi che sta per lievitare si fondono in un cocktail amaro. Una bevanda che ha fottuto la mia testa per diversi giorni, o forse, come assenzio, ha semplicemente tolto delle impurità alla mia lucidità. Necessito di forti dosi di dopamina per impedire al mio cervello di produrre pensieri troppo realistici. Li devo annebbiare per impedire ai miei occhi di vedere quanto è puttana la realtà.

Riesco solo a produrre proiettili impazziti che hanno un unico bersaglio possibile: la mia persona.

Esperienze personali senza senso apparante stanno divorando la mia essenza, sono come milioni di larve che hanno trovato la loro carogna preferita e non si fermeranno mai, se non a lavoro terminato. E li fermo, seduto a pochi passi che paziente raccolgo le poche briciole avanzate e cerco di dare una nuova forma al mio essere.

Lì seduto ripenso ad alcuni titoli di giornale letti nei giorni scorsi e un’immensa cattiveria inizia a lievitare fino a farmi esplodere in una furia ceca.

Prodi, che fai? Perché autorizzi quella maledetta base a Vicenza? Ok, ci hanno liberato nella seconda guerra mondiale ma sono passati sessant’anni. Per quanto dovremo pagare ancora? Per quanto ancora dobbiamo essere servi a casa nostra? In un momento fortemente alcolico un mio amico mi ha detto: va ben lori i ‘na libera ma alora noialtri che iemo scoperti? Maledetti sassoni.

Riflessione sicuramente nata da un momento di non lucidità, opinabile ma pur sempre esprime lo sdegno per l’incapacità della nostra nazione di affermare la propria sovranità.

Sparite le due molatov che costituivano la prova principale nel processo contro i poliziotti responsabili delle aggressioni avvenute nella caserma Diaz, durante il G8 di Genova. Parole forte chiamare poliziotti persone che tradiscono in questo modo la missione che il popolo italiano ha affidato loro. Se le molatov non vengono trovate, il processo termina in quanto senza corpo del reato foto, video e testimonianza sembrano essere di nessuna utilità. Ora mi chiedo: la polizia conserva le prove di un processo che la vede imputata e, quando il processo sta per volgere al termine i referti spariscono? E ovviamente la responsabilità rimbalza da un ufficio all’altro. È questa la giustizia che vogliamo? Come possiamo parlare di equità, di parità di diritti se poi è questa la realtà che ci circonda?

Non so se il mio sia odio o rassegnazione. Spero la mia sia solo voglia di reagire.

Rivuoi la scelta,
rivuoi il controllo
Rivoglio le mie ali nere,
il mio mantello
La chiave della felicità è la disobbedienza in se
A quello che non c'è
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco
Il mio modo vigliacco di restare
sperando che ci sia
Quello che non c'è…

Fottendosi da se,
fottendomi da me

Per quello che non c'è.

 

giovedì, 11 gennaio 2007

La noia si è talmente impossessata di me da trovare banale e priva di interesse anche l’improvvisa battuta  intelligente di Cucuzza. Nulla riesce a smuovermi da questo torpore mentale. Avrei realmente bisogno di una botta improvvisa, di una siringa di adrenalina sparata dritta e a fondo nel cervello.

Provo a consultare l’elenco delle persone interessanti che conosco, ma, l’effetto massimo che saprebbero darmi è quello di una sniffata di cloroformio.

Le mie mani iniziano a tremare, a muoversi contro i miei comandi, sentono la necessità di una rivoluzione che da troppo tarda ad arrivare. Cerco di calmarmi con un paio di sigarette e un buon white russian. Ok! Ora sono in grado di riflettere. Devo pensare a qualcosa di razionale prima che la noia torni a divorare i miei pochi neuroni rimasti e, a gettare i rimasugli in un tino di etere dietilico. Il silenzio della mia casa non mi aiuta, mi mette a disagio. Accendo lo stereo: Ballata Per La Mia Piccola Iena! Può andare, e poi non ho voglia di pensare pure a quale canzone pigliare.

Cazzo, non riesco a pensare a nulla, se non a buffi demoni intenti a praticare curiosi giochi erotici.

La mia mente è stracolma di vuoto, o forse sono semplicemente io ad esserne pervaso?

Decido di fare una passeggiata ed ammirare il lago. Quanto è bello il lago in aprile! Lo adoro. È il periodo migliore. I primi caldi risvegliano la natura. La bellezza, la pace di questi posti non è ancora stata spezzata da quelle fottute comitive di crucchi che invaderanno il Lago di Garda tra poche settimane.

Prima di uscire prendo 3 pasticche di aspirina effervescente  e le faccio sciogliere in un bicchiere di gazzosa, nella speranza che tutte quelle bollicine riescano a dare un po’ di ossigeno ai miei pensieri.

metto uno spolverino tutto lercio con uno strappo sotto il gomito. Non mi interessa di presentarmi bene, ora sono semplicemente uno che sta viaggiando e cerco la comodità nel mio essere libero e sfuggente.

Prendo il mio inseparabile  tascapane e ci lancio dentro poche cose, quelle che reputo indispensabili: cartine, filtri, accendino, golden virginia, un paio di fogli ed una matita per annotare fugaci pensieri. Guardi il lettore mp3 e lo fanculizzo con lo sguardo, non è adatto a chi deve pensare.

Chiudo la porta facendola sbattere alle mie spalle, infilo il cappuccio sulla testa ed inizio a camminare a testa bassa.

La giornata non è delle migliori e ci metto poco a demorallizarmi. Le anatre non starnazzano. La sabbia è umida e non trasmetta alcuna emozione. Cammino ancora un po’ per vedere se trovo un qualcosa che mi catturi. Tentativo fallito!

Maledico me stesso e decido di tornare a casa quando all’improvviso un manubrio rosso cattura il mio occhio.

Mi avvicino come attratto, tipo calamita. Quando sono a pochi passi realizzo il perché, quello è il mio vecchio motorino che qualche anno prima avevo deciso di vendere. Gli adesivi sono ancora gli stessi e non ne sono stati aggiunti di nuovi. Gli stessi graffi. Sembra uguale a prima. Cerco il telefono per fare una foto ma mi ricordo di averlo lasciato a casa. Meglio così, forse.

Forse è meglio che questo rimanga un flash di pochi secondi e non un’immagine che fa riaffiorare dolorose cicatrici, così forti da violentare i miei incubi. Mi siedo su una panchina raggomitolandomi, decido di fumare una sigaretta nel silenzio di quella rumorosa immagine.

Dopo un paio di tiri scorgo una coperta stesa a pochi passi dal motorino con due giovani ragazzi, credo che lui sia quello che ha ereditato il mio catorcio. Sono lì stesi che si stringono la mano, si baciano, ingenui si promettono amore eterno. Sono pronti a scommettere la loro anima sulla loro fedeltà; io la mia l’ho persa da troppo tempo per ricordarmi quando.

Dirigo i miei occhi verso un punto lontano per non incrociare il loro sguardo ed inizio a prepararmi una nuova sigaretta. Nemmeno il tempo di accenderla e i due stanno dormendo, lei con la testa sul ventre del suo uomo. Quanto è bello l’amore quando è così ingenuo. Vado in un bar lì vicino per farmi un paio di caffè e qualche altra sigaretta, giusto per dare più vigore ai miei pensieri.

Ritorno sulla stessa panchina e i due stanno ancora dormendo, avvolti nel loro tenero abbraccio, quasi a voler dichiarare che la loro unione non potrà mai spezzarsi.

Sono rapito da questa immagine, dalla effimera follia dei loro sogni.

Decido di fumare l’ultima sigaretta prima di andare, e di buttare giù qualche appunto, giusto per dare forma al ricordo del mio motorino.

Una macchina si ferma lì vicino, ne esce un uomo sulla trentina e con un passo fiero si avvicina ai due. Con un gesto sicuro e fermo posa le sue labbra su quelle della ragazza. Lei apre gli occhi e sorride. Lui ricambia con un nuovo bacio e la prende per mano. La invita ad alzarsi.

I due si incamminano verso la macchina ma dopo pochi passi lei si ferma di scatto e fissa il suo ragazzo. Poco tempo fa aveva giurato amore eterno, aveva fatto ogni sorta di spergiuro e ora stava sputando con tutta se stessa su quelle parole ormai vuote a metà. Sapeva che quei pochi passi avrebbero dissolto la loro unione, lo avrebbe perso per sempre, in realtà forse lui era solo uno dei tanti a cui aveva promesso il paradiso ed invece aveva regalato altro che rovi.

Il sorriso beffardo sulle sue labbra, ancora sporche del gusto del suo amore, era l’emblema del vuoto che forse nulla avrebbe potuto riempire.

La osservo mentre sale su quella macchina , indossare subito la maschera che le avevo visto sul volto solo poche ore prima e sparire da chi voleva solo arrivare a lei.

Rimango in silenzio ad osservare il ragazzo. I suoi sogni probabilmente mi avrebbero raccontato del suo futuro, di quanto sarebbe stato felice con la sua donna. Non volevo svegliarlo per rovinare tutto ciò.

Decido di usare il mio ultimo foglio per lui. La mia matita, sicura, segue i miei pensieri che stanno già canticchiando una canzone:

 

è stupido fare casino
su un ricordo o su qualche canzone
non voltarti ti prego
nessun rimpianto per quello che è stato
che le stelle ti guidino sempre
e la strada ti porti lontano.

Buon viaggio hermano querido
e buon cammino ovunque tu vada
forse un giorno potremo incontrarci
di nuovo lungo la strada.

 

Sul tuo motorino viaggiano anche i miei ricordi.

 

Alla fine è questa la siringa di adrenalina che cercavo e, ora, mi sento di nuovo bene. Mi sento bene nel vedere che, alla fine, siamo tutti delle semplici puttane che si offrono al miglior acquirente.

Ingenuamente ci raccontiamo che alcune cose non hanno prezzo, non si possono comprare. Nella nostra mente però abbiamo già un listino, con tanto di foto, di pagine patinate dove i prezzi sono ben visibili.

Preparo una sigaretta, do un ultimo sguardo al motorino e rimettendomi il cappuccio abbasso lo sguardo, ormai consapevole di ciò che siamo.

Grazie a LaMartiz, a Chiaretta e a Salji

un bacio sporco a tutte

postato da: kabana alle ore 12:26 | Permalink | commenti (10)
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