venerdì, 06 luglio 2007

First.. there was the collapse of civilization
Anarchy, genocide, starvation
Then.. when it seemed like shit couldn't get any more fucked up
We got The Plague
The Living Death
Closing his icy grip around the whole planet
Then the rumors started
The last hardcore MC's.. were working on a cure
.. that would END the pestilence.. why?
I like the death
I *LIKE* the misery
I LIKE THIS WORLD!!!!!

C'mon.. I said c'mon..
(10) Ten let the countdown begin
(9) I was born in the mind
(8) Take the head of a snake
(7) Behold Armaggedeon
(6) Ain't no love for the rich
(5) Only strong will survive
(4) Cause we live by the sword
(3) Plus sixty degrees
(2) For the black and the blue
(1) For the sun..

step into millenium

 

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giovedì, 08 febbraio 2007

Pucca

Prendi me offro garanzie prive di calcoli
Ma tu dividimi in parti uguali
Che riserverò per te quella migliore, quella migliore
Ma tu colorami di verde giallo e blu
Arcobaleno io
Profumo in aria e tu

 

L’età Migliore

Moltheni

 

…l’altra sera le ho dedicato questa….

...Days that we share are like
treasures 
A treasure like fire is to mankind
My hands
will try to carry you to ever 
But since I've seen you,

you've brought heaven to my mind...

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mercoledì, 07 febbraio 2007

uno dei ricordi più belli di quest’estate….

…Verona il giorno del concerto…

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domenica, 28 gennaio 2007

In questi giorni una strana tristezza si è impossessata di me, una strana voglia mi sta attraversando.

Percepisco la necessità di rituffarmi in queste verdi terre, di immergermi nella loro pace, di farmi trasportare dalla magia che si respira in ogni via.

Ho voglia di vivere l’Irlanda degli irlandesi.

Di tuffarmi nei pub, quelli più nascosti, dove i turisti non vanno, dove nell’angolo un gruppo bizzarro rallegra la serata, dove un vecchio irlandese ti prende sottobraccio e ti insegna i loro balli, dove ti senti accolto, uno che è da sempre di casa.

Di sedermi sulle fredde scogliere delle isole Aran e perdermi tra i rumori dell'oceano.

Di sognare disteso nei soffici verdi prati del Connemara.

Di quello ho bisogno ora.

 

ALL’IRLANDA

 

Ti racconterò che certi sogni diventano realtà,

Ti racconterò della terra di dove avvengono di questi miracoli,

Ti racconterò della verde Irlanda,

Ti racconterò di un viaggio con quattro amici che trascinavano ansanti pesanti valigie.

Ti racconterò dei pub di Galway,

di danze mischiate a brune pinte di Guiness,

della pace tra i pascoli del Connemara,

di risate beffarde per le disavventure dei compagni,

di un inglese biascicato.

Ti racconterò di una vecchia signora dalla parlata veloce e amichevole,

di colazioni con pancetta,

della pioggia trasparente che bagna senza ferire,

del vento che sferza i volti infuocati dal sole delle Aran,

dove scogliere mozzafiato baciano il gelido oceano,

di Ivan lo spagnolo che viaggia da solo e muta compagni di viaggio ogni giorno,

di affannanti padellate lungo impervi viottoli.

Ti racconterò della gente irlandese,

dai fianchi possenti e dai volti bonari,

della schiettezza, dell’onestà, della voglia di vivere,

del calore, dell’ospitalità, del loro sorriso.

Ti racconterò di una terra troppo lontana dal nostro

egoistico e indaffarato mondo,

di viaggi in autobus per anguste strabelle guidate da goliardi autisti.

Ti racconterò delle barche che fendono il mare inzuppando i vestiti,,

della musica che accompagna il sonno e ricopre d’un mistico alone bucolici paesaggi.

Ti racconterò della gente per strada completamente dimentica di sé stessa

Nei sabato notte a Killarney,

del Ring of Kerry, delle Cliffe of Mother,

di ostelli, di americane e di pasta al sugo concentrato.

Ti racconterò di baruffe concluse in risate,

di letti a castello scricchiolanti che turbano il sonno,

degli allarmi di Cork,

di bevute nel tardo meriggio,

del cielo ridondante di gonfie candide nubi

che sorvolano il capo incutendo più tenerezza che timore,

inafferrabili e imprevedibili come ragazzine capricciose.

Ti racconterò di povere tasche che si svuotano nel proseguo del viaggio,

di stomaci mai sazi arrivati a Dublino in un bel giorno d’estate,

la Dublino di Joyce e di LeopoldBloom,

delle belle ragazze, del Liffley che l’avvolge in un abbraccio infinito,

di collage, di esperimenti culinari, di docce fredde,

di pub stipati, di serate in discoteca,

di mente inebriate da nero nettare

che si perdono nelle notti bagnate in un’onirica realtà,

di taxi introvabili.

Ti racconterò della musica che accompagna come madre attorno a questa terra,

di chitarre, di fisarmoniche, di benjo, di tamburelli,

di Whiskey in the Jar, della storiella che narra di John di Killarney,

di un ultimo giro di Guinnes alzato al cielo tra mille brindisi assordanti,

di un’ultima birra offerta da un folle irlandese.

Caro nipote, se mai ci sarai, ecco che ti racconterò

Se il mio volto incanutito dagli anni e le mie stanche membra me lo permetteranno.

I miei quattro compagni di quell’avventura ti porterò a conoscere

e insieme confonderemo sogni e realtà come solo i vecchi sanno fare

e berremmo ancora un’altra Guinnes quell’Irlanda che forse non esisterà più.

Penserai allora di aver udito una bella fiaba e forse t’addormenterai

mutando il grigio di quegli orrendi giganti di cemento in una terra verde

e i mari diventeranno d’improvviso d’un azzurro affascinante,

come quelli che avevi visto solo sulle tele di antichi pittori.

Quella notte dormirai il tuo sonno più bello e

se per caso ti capiterà di aprire per un attimo i tuoi occhi lucenti

mi troverai accanto a te con il volto rugoso chiuso in un triste sorriso.

E una lacrima vedrai sgorgare da un occhio ormai bigio.

Ricorda…quella lacrima è lo spirito dell’Irlanda che fu.

 

Al nipote che forse non avrò

Agli irlandesi tutti

Al Gol, al Cava, ad Ale, ad Alby…

 GRAZIE CICCIO

 

 

 

 

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giovedì, 25 gennaio 2007

25-01-07_1604

Mi sono rifugiato nel mio angolo preferito della città.

Dovevo prendere una decisone, difficile, ma onesta.

Non potevo mentire pure a me stesso.

Ho deciso.

È stato un pezzo di me che ho gettato,

me ne valeva la pena.

Forse così smetto di soffrire.

25-01-07_1605

 

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mercoledì, 24 gennaio 2007

C’è stato un momento in cui incolpavo qualsiasi cosa, chiunque al mondo, per tutte le pene, tutte le sofferenze e le viltà orrende che capivano a me, e che vedevo capitare alla mia gente.

Davo la colpa a tutti.

Davo la colpa ai bianchi, colpa alla società, colpa a Dio.

Non avevo risposte perché mi facevo le domande sbagliate.

Tu devi farti la domanda giusta:

“Tutto quello che hai fatto, ti ha reso la vita migliore?”

Dare una risposta a questa domanada

quanto ci costa fatica.

 

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mercoledì, 24 gennaio 2007

Disteso sul lettuccio, fuori dell'alone del lume a petrolio, mentre fantasticava sulla propria vita, Giovanni Drogo invece fu preso improvvisamente dal sonno. E intanto, proprio quella notte- oh, se l'avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire -proprio quella notte cominciava per lui l'irreparabile fuga del tempo.
Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c'è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l'orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l'impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell'orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l'una sull' altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.
Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui, che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno si ancora cenno all'orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all'orizzonte. Dietro quel fiume -dirà la gente -ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all'orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell'interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno ne una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo.

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martedì, 23 gennaio 2007

1. Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te.

2. Nessuna persona merita le tue lacrime, e chi le merita sicuramente non ti farà piangere.

3. Il fatto che una persona non ti ami come tu vorresti non vuol dire che non ti ami con tutta se stessa.

4. Un vero amico è chi ti prende per la mano e ti tocca il cuore.

5. Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l’avrai mai.

6. Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perchè non sai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso.

7. Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.

8. Non passare il tempo con qualcuno che non sia disposto a passarlo con te.

9. Forse Dio vuole che tu conosca molte persone sbagliate prima di conoscere la persona giusta, in modo che, quando finalmente la conoscerai, tu sappia essere grato.

10. Non piangere perchè qualcosa finisce, sorridi perchè è accaduta.

11. Ci sarà sempre chi ti critica, l’unica cosa da fare è continuare ad avere fiducia, stando attento a chi darai fiducia due volte.

12. Cambia in una persona migliore e assicurati di sapere bene chi sei prima di conoscere qualcun altro e aspettarti che questa persona sappia chi sei.

13. Non sforzarti tanto, le cose migliori accadono quando meno te le aspetti.

GABRIEL GARCIA MARQUEZ



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lunedì, 22 gennaio 2007

Stappo l’ennesima lattina, ormai non so quanto di quel gassoso liquido gassoso sia entrato nelle mia membra e nel mio cervello. Quanto abbia e stia inquinando il mio sangue, il mio metabolismo, quanto abbia dilatato il mio ventre.

Molto, moltissimo ma non a sufficienza…devo arrivare ad anestetizzare il mio cervello,  rendere innocua ogni sua azione. Rendermi un perfetto automa all’ordine di un qualche bene superiore; o molto più semplicemente rimanere qui, attendere che questo treno abbia finito di investirmi, rialzarmi, scrollarmi di dosso la polvere, maledire me stesso e ripartire con il mio solito sorriso nascosto dietro una sciarpa. Ripartire con passo deciso e fermo e avere il coraggio di non volgere il mio sguardo cercando una luce che non è più lì ad attendere me.

Provo a  ridare lustro ai miei pensieri annusando un po’ di tabacco fresco ma è tutto inutile, nemmeno un po’ di musica riesce in questo.

Mi sento sempre più vuoto, insicuro., instabile ma al contempo vivo.

La serotonina presente nei miei pensieri è maledettamente troppa, la tensione post esame e quella per la tesi che sta per lievitare si fondono in un cocktail amaro. Una bevanda che ha fottuto la mia testa per diversi giorni, o forse, come assenzio, ha semplicemente tolto delle impurità alla mia lucidità. Necessito di forti dosi di dopamina per impedire al mio cervello di produrre pensieri troppo realistici. Li devo annebbiare per impedire ai miei occhi di vedere quanto è puttana la realtà.

Riesco solo a produrre proiettili impazziti che hanno un unico bersaglio possibile: la mia persona.

Esperienze personali senza senso apparante stanno divorando la mia essenza, sono come milioni di larve che hanno trovato la loro carogna preferita e non si fermeranno mai, se non a lavoro terminato. E li fermo, seduto a pochi passi che paziente raccolgo le poche briciole avanzate e cerco di dare una nuova forma al mio essere.

Lì seduto ripenso ad alcuni titoli di giornale letti nei giorni scorsi e un’immensa cattiveria inizia a lievitare fino a farmi esplodere in una furia ceca.

Prodi, che fai? Perché autorizzi quella maledetta base a Vicenza? Ok, ci hanno liberato nella seconda guerra mondiale ma sono passati sessant’anni. Per quanto dovremo pagare ancora? Per quanto ancora dobbiamo essere servi a casa nostra? In un momento fortemente alcolico un mio amico mi ha detto: va ben lori i ‘na libera ma alora noialtri che iemo scoperti? Maledetti sassoni.

Riflessione sicuramente nata da un momento di non lucidità, opinabile ma pur sempre esprime lo sdegno per l’incapacità della nostra nazione di affermare la propria sovranità.

Sparite le due molatov che costituivano la prova principale nel processo contro i poliziotti responsabili delle aggressioni avvenute nella caserma Diaz, durante il G8 di Genova. Parole forte chiamare poliziotti persone che tradiscono in questo modo la missione che il popolo italiano ha affidato loro. Se le molatov non vengono trovate, il processo termina in quanto senza corpo del reato foto, video e testimonianza sembrano essere di nessuna utilità. Ora mi chiedo: la polizia conserva le prove di un processo che la vede imputata e, quando il processo sta per volgere al termine i referti spariscono? E ovviamente la responsabilità rimbalza da un ufficio all’altro. È questa la giustizia che vogliamo? Come possiamo parlare di equità, di parità di diritti se poi è questa la realtà che ci circonda?

Non so se il mio sia odio o rassegnazione. Spero la mia sia solo voglia di reagire.

Rivuoi la scelta,
rivuoi il controllo
Rivoglio le mie ali nere,
il mio mantello
La chiave della felicità è la disobbedienza in se
A quello che non c'è
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco
Il mio modo vigliacco di restare
sperando che ci sia
Quello che non c'è…

Fottendosi da se,
fottendomi da me

Per quello che non c'è.

 

venerdì, 12 gennaio 2007

 

AUGURI!!

TI VOGLIO BENE!

CHE DICI

FESTEGGIAMO COSI’?

 

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